langheLa scorsa settimana ho partecipato ad un meeting organizzato da alcuni Comuni del comprensorio Langhe, Roero e Monferrato, spettacolare territorio posto a cavallo dell’asse Asti-Alba-Cuneo i cui paesaggi sono diventati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO.

Un meeting organizzato quale conclusione di una “due giorni” di lavoro di un ristretto gruppo di “micro T.O.” stranieri riuniti in un network di soli dodici membri che fattura, annualmente, oltre 120 milioni di euro. Un’agenzia tedesca, una russa, una belga, una svedese, e via via a comporre un puzzle di Paesi, un’agenzia per Paese. Cosa accomuna questi 12 agenti di viaggio scesi nel cuore del Piemonte? La cucina? Il vino? I paesaggi? No, li accomuna il loro core business che si chiama turismo di lusso.

Tutti i 12 agenti trattano clientela di alto livello, clientela "altospendente" che desidera dimore di charme, ristoranti al top di gamma, che predilige trasferimenti privati e visite con guide parlanti la loro lingua e a loro disposizione. Clienti esigenti ma pronti a pagare per un trattamento in linea con le aspettative.

Il presidente di questo network, un simpatico quanto pragmatico signore tedesco, mi ha spiegato che viene ormai regolarmente invitato insieme ai suoi colleghi dalle amministrazioni locali di ogni regione, provincia o comune del Bel Paese perché si è capito che portano clienti danarosi, clienti che spendono sia per le strutture che li accolgono che per cibarsi, ma soprattutto spendono nell’indotto producendo ricchezza per il territorio. Inoltre mi diceva che il suo “network” ha provato a rapportarsi con numerose agenzie italiane che, nei loro profili, si spacciano per specialisti dell’incoming senza poi esserlo, e che all’atto pratico si sono rivelati incapaci di fornire un prodotto “tagliato” sul desiderio di questa clientela danarosa.

Perché questo?”. La domanda mi ha colto di sorpresa ma la mia risposta è salita alla bocca spontanea e veloce: “Perché le agenzie italiane non hanno ancora capito il valore dell’incoming, non ci credono abbastanza, non ci investono energie o denaro. Vorrebbero il turismo d’oltralpe (e non solo…) ma non sono disposte a lavorare sul medio-lungo termine per portare a casa un risultato”. Questo, ovviamente, in chiave generalista, anche perché questo micro network di tutto rispetto ha forse trovato il partner ideale per arricchire il puzzle col tassello “Italia”.

Un inciso: quelle dodici agenzie erano rappresentate da persone di diversissima età, uomini e donne, che si sono rivolte ai Sindaci dei Comuni che fungevano da padroni di casa in italiano, magari un po’ stentato ma sicuramente gradito. Hanno fatto un esame spassionato degli alberghi e dei ristoranti visitati, delle cantine e dei piccoli castelli, e hanno tracciato – velocemente – le basi per una collaborazione futura duratura e, credo, soddisfacente.  Questo per dire che i territori in grado di fare accoglienza e di offrire concreti argomenti turistici si muovono alla ricerca di nuovi clienti, siano questi ricchi o meno, sportivi o amanti dell’arte, appassionati di montagna, mare o cucina. E tutto questo turismo intercettato dalle amministrazioni locali NON PASSA tra le mani delle agenzie, e viene piuttosto gestito da piccoli consorzi messi in piedi ad hoc.

Urge che le agenzie che davvero intendono puntare ad un turismo diverso dal solito al quale siamo più abituati si strutturino, dedicando tempo, energia e denaro ad un filone che – come altri – può davvero cambiare le sorti di parecchie aziende. Ma bisogna fare in fretta perché nulla resta immobile…

(Fulvio AVATANEO)

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